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il mio  (ex) studio

Palazzo Cellammare 

in Napoli

ph. Peppe Maisto

Lo studio professionale, oggigiorno, non è mica quello che c’era una volta. Lo studio autorevole, quello nei palazzi borghesi del centro, con la corte e il portiere, la segretaria, i praticanti, cinque o sei linee, la sala d’attesa, i quadri d’autore e i mobili d’epoca; lo studio concepito per annichilire il cliente e fargli capire fin dal primo appuntamento chi comanda (e soprattutto quale parcella lo aspetta) sta facendo il suo tempo. Oggi il professionista va a caccia, svolge il suo lavoro in movimento; poi, ogni tanto, si ritira. Basta con la retorica della struttura. Basta con la prigione dorata che rinchiude i pensieri e confina l’iniziativa nella gabbia dell’ostentazione (volgarotta e pure un po’ fascista, se vogliamo dirla come va detta). Basta con i collaboratori che fanno il lavoro sporco delle fotocopie e del trasporto borse, basta con i sottoposti, basta con la signorina che ti passa le telefonate e ti organizza l’agenda. Basta con lo squallido cliché della relazione clandestina con la segretaria. Basta con lo studio di proprietà. Basta con la proprietà. Non stringere legami, scioglili. Oggi sei qui, domani da un’altra parte. Devi vedere un cliente che merita una sessione a quattr’occhi? Ti fai cercare sul telefonino e lo incontri a pranzo (meglio ancora, al tavolino di un bar). Il telefonino ti fa sentire braccato? Lo spegni. Sei un libero professionista (senti come suonano le due parole): prenditi la tua libertà, fallo sul serio, usala. E poi, parliamoci chiaro: di questi tempi, credete che il cliente medio si lasci impressionare dal bello studio? Il ceto medio è morto. I professionisti si buttano. Il lavoro bisogna inventarselo, giorno per giorno.


E’ bello avere un’alternativa nella vita.



​Diego de Silva
da Non avevo capito niente, Einaudi

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